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ARTICOLI

A PROPOSITO DI FATICA MENTALE

di Renata Borgato

 

Nelle imprese in cui sono stati adottati strumenti tecnologici più o meno evoluti ed effettuato il ridisegno ergonomico delle postazioni di lavoro è indubitabilmente presente una minore faticosità fisica del lavoro.

Al contempo però è richiesta una maggiore attenzione e il tempo è più pieno in quanto la razionalizzazione ha abitualmente portato all’eliminazione delle attività non a valore aggiunto (per esempio gli spostamenti che si compiono per raggiungere i componenti e gli attrezzi necessari ai montaggi). Siamo in presenza di un aumento del lavoro “vincolato” in cui è meno possibile uno stacco mentale.

Giungiamo qui al nodo problemico: come questo nuovo modo di produrre impatta sulla salute dei lavoratori e come essi percepiscono questi cambiamenti?

Un’indagine su 5.000 lavoratori Fiat Chrysler mette in luce un’ambivalenza di fondo. Il 64% dell’intero campione ritiene i tempi stressanti e il 42,5% evidenzia la compresenza di un maggior stress nei tempi e di un miglioramento della qualità del posto di lavoro.

Occorre dunque verificare, comparando le vecchie valutazioni con quelle aggiornate, se si registra un aumento dello stress, “dovuto al fatto che si riduce la “porosità” del tempo e l’impegno di intelligenza richiesto all’operaio deve essere continuo su ciascuna singola operazione e ciascuna unità di prodotto lavorata[1]”.

Si tratta di un tema non eludibile: non si tratta di ridiscutere l’organizzazione del lavoro, ma di rivedere e aggiornare – come peraltro la legge prescrive -  il documento di valutazione, stilato in ottemperanza agli obblighi indicati nel d.lgvo 81/08,   e di individuare, ove necessario, adeguate soluzioni di prevenzione collettiva o rivolte agli individui che tengano conto di essa.

Ciò rende necessario indagare il rapporto tra fatica fisica e fatica mentale e, di conseguenza, predisporre strumenti di misurazione della fatica mentale. Si tratta di un compito tutt’altro che facile anche perché non esiste una misura del carico di lavoro mentale universalmente accettata.

In generale, le misure possono essere raggruppate in tre categorie:

  • comportamentali
  • soggettive
  • fisiologiche

Le misure comportamentali individuano quali caratteristiche del compito eseguito dal lavoratore debbano essere utilizzate come indice del carico di lavoro imposto (per esempio il numero di movimenti eseguiti per azionare dispositivi di controllo in un arco di tempo dato oppure la durata e la frequenza degli sguardi diretti verso fonti di informazioni visive).

Questa rilevazione presenta però il limite che le variazioni del carico di lavoro mentale imposto da un compito non sono necessariamente evidenziate dalla prestazione in quanto l’operatore potrebbe allocare risorse cognitive per mantenere invariato il livello di prestazione. Inoltre, difficoltà di un compito e carico mentale non coincidono necessariamente. Il peggioramento in una prestazione potrebbe derivare semplicemente dall’aumento della difficoltà e non essere un indicatore di affaticamento.

Per rendere più attendibile la valutazione si può ricorrere all’uso del doppio compito. Al soggetto viene chiesto di eseguire due compiti contemporaneamente: uno è quello di cui si vuol misurare il carico di lavoro mentale (compito primario), l’altro (compito secondario) è quello che viene utilizzato per calcolare il carico di lavoro mentale associato al compito primario. All’aumentare della difficoltà di esecuzione del compito primario, corrisponderà un peggioramento della prestazione nel compito secondario in quanto il lavoratore distoglierà risorse cognitive da esso in favore dell’impegno prioritario.

Le misure soggettive sono tra le più usate, soprattutto per la loro semplicità, economicità e rapidità di somministrazione. Consistono nella richiesta – avanzata dopo l’esecuzione del compito -  di indicare il carico di lavoro mentale esperito.

Per eseguire questa misurazioni in modo attendibile è necessario che l e domande rivolte all’operatore siano formulate in modo chiaro e preciso e aiutino a distinguere tra lavoro mentale e fisico e tra difficoltà del compito e carico di lavoro mentale.

Allo scopo si possono utilizzare scale, check list o questionari non standardizzati.

Una delle scale più usate è l’Analytical Hierarchy Process che richiede all’operatore di confrontare tutte le condizioni di due compiti indicando, per ciascuna coppia, quella caratterizzata dal maggior carico di lavoro.

Si può ricorrere anche alla scala Cooper – Harper, anche se non è una vera e propria misura del carico mentale ed è indicativa soprattutto nelle situazioni in cui l’affaticamento deriva dalla difficoltà di controllo.

Essa consiste in un albero delle decisioni che combina differenti aspetti all’interno di una scala  monodirezionale a dieci punti.

La Subjective Workload Assessment Technique (SWART) usa tre scale differenti per produrre un punteggio di carico di Lavoro mentale. Le tre scale riguardano

  • Pressione temporale
  • Sforzo mentale
  • Stress psicologico

Il NASA Task Load Index (NASA _ TLX) è uno strumento multidimensionale di misura del carico di lavoro mentale che, in questa scala, è definito come il costo che un operatore umano deve pagare per raggiungere uno specifico livello di prestazione.

Il NASA Task Load Index richiede all’operatore di esprimere una valutazione su sei scale a 20 punti che fanno riferimento a

  • Richieste mentali
  • Richieste fisiche
  • Richieste temporali
  • Prestazione
  • Sforzo
  • Livello di stress

Le misure fisiologiche costituiscono degli indicatori indiretti del carico di lavoro mentale.

Le procedure per la rilevazione degli indici psicofisiologici non sempre sono accettate dagli operatori che le possono considerare invasive in quanto monitorano le  reazioni fisiche (ritmi elettroencefalografici, variazioni della frequenza cardiaca, attività respiratoria, frequenza degli ammiccamenti)  agli stimoli cui l’operatore è sottoposto.

Le misure fisiologiche più usate nella stima del carico di lavoro quelle relative alla

  • Attività oculare
  • Respirazione
  • Attività cardiovascolare


[1] Neirotti P. in “Le persone e la fabbrica. Una ricerca sugli operai Fiat Chrysler in Italia”, Guerini Next, 2015

 

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