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FORMAZIONE OBBLIGATORIA: RITORNO AL PASSATO PER GUARDARE AL FUTURO

di Gennaro Di Benedetto socio AiNTS tessera n. 218

 

A più di vent’anni dall’emanazione della prima legislazione “moderna” della cultura della sicurezza (il D.Lgs.626 è del settembre del 1994), pare essersi fatta strada nella coscienza del legislatore europeo e conseguentemente italiano (vedi  D.D. 96\Segr D.G.\2014) la convinzione che la sicurezza ed in particolare la formazione alla sicurezza abbia trovato una base così solida da non dover più essere sostenuta finanziariamente. Vanno infatti in questa direzione i recenti bandi predisposti dagli organismi gestori dei fondi di formazione i quali emanano bandi cui le aziende possono ricorrere, ma prevedendo azioni formative non obbligatorie.

I passi in avanti fatti in questo settore sono certamente stati significativi, il D.Lgs.626/94 e il D.Lgs.81/2008 hanno completato un quadro di riferimento cogente per la tutela e la salvaguardia del lavoratore, predisponendo misure obbligatorie in tema di azioni, misure, attività formative, adeguamento delle organizzazioni, predisposizione dei servizi all’emergenza, ma, ancora, essi faticano a trovare un reale radicamento nel tessuto produttivo italiano. Una valutazione sommaria della cultura della sicurezza effettuata fra le piccole e medie attività produttive italiane rivela quanta strada sia ancora da percorrere per far sì che detta cultura raggiunga la dignità e la stabilità necessaria per essere un riferimento pregnante della grande maggioranza dei datori di lavoro e dei managers italiani.  

Il sistema pare correre con differenti velocità e altrettanto differenti visioni della realtà. Da un lato stanno gli addetti ai lavori i quali procedono ad acquisire competenze, esperienze, professionalità e che traguardano correttamente il futuro; dall’altro stanno coloro i quali ricevono l’esperienza e la competenza degli addetti ai lavori, questi viaggiano più lentamente faticando e qualche volta stentando a realizzare la loro parte del sistema.

Anche fra gli addetti ai lavori il sistema rivela ancora differenti velocità e differenti approcci professionali agli stessi argomenti. Certo siamo in una crisi economica formidabile, certo la vetustà del sistema sicurezza ha già prodotto la fuoriuscita dallo stesso di alcuni professionisti o presunti tali che cercano la loro sopravvivenza offrendo tariffe al di fuori del mercato, certo la difficoltà di far percepire l’importanza di alcuni servizi alla platea dei percettori con il diminuire delle disponibilità economiche si fa sempre più difficile, ma ciò di cui più si avverte la necessità è di un aumento della fase di controllo e verifica, che pare essere l’unico deterrente capace di aumentare la velocità di comprensione della valenza indispensabile di un’attenzione specifica alla sicurezza.

In qualche modo, le due differenti velocità degli attori della sicurezza, pare non abbiano trovato una ragionevole e civile convivenza che consentisse al sistema di procedere con i propri mezzi verso il raggiungimento né della meta della condivisione (si fa perché si può) né tantomeno della meta della consapevolezza (si fa perché si vuole).

Non aver raggiunto questi traguardi, dopo più di vent’anni di un impianto legislativo moderno, fa crescere il legittimo interrogativo in merito alla necessità che il sistema, invece di avanzare proponendo obiettivi distanti dal poter essere realizzati, torni indietro per effettuare un reset che consenta agli attori di riposizionarsi più efficacemente sulla scena della sicurezza.

Inevitabile di conseguenza, prevedere un ruolo più marcato e stringente del sistema dei controlli.

Se è vero che il sistema sicurezza è ancora fermo al livello dell’obbligo (si fa perché si deve) lo strumento del controllo continuerà ad essere ciò che garantirà la corretta effettuazione delle procedure e la realizzazione delle buone prassi che costituiranno l’unico viatico per la diffusione della cultura della sicurezza non più vissuta come un obbligo ma come un valore basilare dell’attività lavorativa.

Rivedere quindi la gestione dei contributi formativi anche per la formazione obbligatoria potrebbe essere un elemento di ripensamento del sistema, la cui evidenza è resa palese da una qualsiasi attività di verifica che si voglia disporre. Per non parlare del fatto che il versamento dei contributi per le attività formative è, questo sì, un obbligo per le aziende italiane. Non un ritorno all’indietro “tout court” ma un tornare indietro per ripensare a come istituire forme e modalità che rendano premiante fare della sicurezza uno dei pilastri della propria attività, determinando così una maggiore diffusione culturale dell’argomento. Attivando un maggiore controllo? Certo che sì! Poiché una logica di ripensamento deve seguire almeno un protocollo più rigido nella verifica e nell’attenzione a ciò che viene finanziato.

Si può opporre a questo ragionamento l’istituzione del “conto formazione” cui ogni azienda italiana è tenuta a contribuire, generando così “tesoretti” che l’azienda stessa può adoperare per finanziare la propria formazione anche obbligatoria. Ciò è certamente vero ma occorre sottolineare due aspetti che ne precludono o quasi l’utilizzo. La stragrande maggioranza delle aziende italiane è costituita da “microimprese” che non riescono a generare sul proprio conto formazione risorse bastanti per provvedere al finanziamento della propria formazione; inoltre, non esiste un sistema di allarme codificato e gestito che avverta le imprese stesse della scadenza dei loro “tesoretti” i quali vengono introitati nelle risorse generali destinate alla formazione non obbligatoria.

Anche su questo aspetto occorre una revisione che prenda atto dell’impossibilità per le microimprese di generare sufficienti risorse per i propri bisogni formativi e che metta le stesse in condizione di avere sufficienti informazioni in merito alla scadenza dei loro esigui “tesoretti” ben prima del loro scadere.

Le vicende della cronaca sottopongono quotidianamente ai nostri occhi casi e situazioni in cui soltanto un maggiore controllo avrebbe potuto garantire un risultato diverso dalle logiche del malaffare. Ben venga quindi, anche nel settore della sicurezza, una maggiore attivazione di misure di verifica e di controllo valevoli per tutti gli attori del sistema. Chiunque si occupi di sicurezza potrebbe citare esempi a profusione di buone intenzioni che hanno finito con l’essere esclusivamente l’elemento di partenza della sicurezza, trasformandosi via via, nella migliore delle ipotesi in pasticci da risolvere.

Ecco quindi che un ritorno al passato, a volte, può essere il percorso anche tortuoso, se può assicurare un futuro migliore per l’intero sistema della sicurezza.

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